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Distribuzione e consumi

 

Da universo del Corpo – 1° Volume – Edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Treccani

Da sempre tutti i paesi, dai più grandi alle comunità più piccole e isolate, hanno emanato normative per la tutela degli approvvigionamenti idrici e per l’impiego dell’acqua nelle attività artigianali e industriali e nell’irrigazione.

In Italia, l’esigenza di rifornimenti idrici adeguati alle necessità della popolazione, in termini di quantità e di qualità, è stata avvertita come prioritaria subito dopo l’Unità, quando è stato realizzato l’ammodernamento della rete di distribuzione (con conseguente diminuzione delle malattie infettive a trasmissione idrica, quali le forme tifoidi). Il problema è però esploso alcuni decenni dopo, al termine della Seconda guerra mondiale, quando lo sviluppo industriale, economico e sociale del paese ha comportato non soltanto una sempre più elevata richiesta di acqua, ma anche una crescente immissione nell’ambiente di sostanze che, direttamente o indirettamente, possono rappresentare fattori di inquinamento delle acque stesse. Contemporaneamente, lo sviluppo degli studi di epidemiologia ambientale e il perfezionamento delle tecniche di analisi delle acque hanno consentito di definire meglio i rapporti tra composizione dell’acqua e salute.

In Italia, il problema dei consumi di acqua pro capite in rapporto alla disponibilità di acque sorgive o comunque di buona qualità è di primaria importanza. Tali consumi sono direttamente proporzionali alle dimensioni della popolazione residente: in un piccolo comune (per esempio 1.000 abitanti) essi sono dell’ordine di 60 – 70 litri al giorno per abitante, mentre in una grande città si superano 400 litri per abitante al giorno, cifra sulla quale incidono in parte anche gli impieghi dell’acqua in attività artigianali e industriali. I consumi domestici medi italiani sono stimati in circa 220-250 litri giornalieri per abitante, ma si considera che circa il 25% vada perso per malfunzionamento delle reti di distribuzione e il 10% a livello della rete domestica. Tali consumi incidono su quello totale per circa il 75%, il restante 25% risulta invece utilizzato per usi industriali e pubblici.

La vigente normativa sulla qualità delle acque destinate al consumo umano (D.Lgs 31/01 e s.m.i.) le definisce come segue: 
“Per acque destinate al consumo umano si intendono tutte le acque, qualunque ne sia l’origine, allo stato in cui si trovano o dopo trattamento, che siano:

a) fornite al consumo, ovvero

b) utilizzate da imprese alimentari mediante incorporazione o contatto per la fabbricazione, il trattamento, la conservazione, l’immissione sul mercato di prodotti e sostanze destinate al consumo umano e che possano aver conseguenze per la salubrità del prodotto alimentare finale

Le acque destinate al consumo umano possono avere un’origine molto differenziata: acque sorgive o di falda, acque dolci superficiali di fiumi e laghi sottoposte a potabilizzazione e acque marine dissalate. Dovendo considerare queste differenti possibilità di approvvigionamento, i criteri rispecchiano un obiettivo “medio” di qualità, che deve necessariamente tener conto del complesso delle normative che regolano il problema acqua in Italia.